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luigisiviero

Una mattina di febbraio gli inservienti dello zoo infilarono il corpo privo di vita della leonessa in un sacco nero di plastica, lo sollevarono e lo accomodarono su un carretto. Uscirono dalla gabbia portando con sé l’animale morto e si allontanarono piano lungo il vialetto, finché raggiunsero un camioncino sul quale caricarono il sacco.
La leonessa era stata catturata in Africa dieci anni prima da una banda di bracconieri e spedita illegalmente in Europa dove avrebbe dovuto essere consegnata a un ricco trafficante di cocaina. Il suo viaggio finì alla dogana, quando le guardie di frontiera la scoprirono, la sequestrarono e la portarono allo zoo dove trascorse il resto dei suoi giorni.
Nella gabbia di fronte a quella della leonessa viveva un leone che era nato in cattività nello zoo. Era diverso dalla leonessa perché non conosceva altro mondo che quello fra le quattro pareti in cui era rinchiuso. Non aveva mai provato il brivido della caccia; non aveva mai corso libero nella savana; non sapeva cosa fosse la paura di patire la fame. Non aveva mai immaginato niente di tutto questo, prima dell’arrivo della leonessa.
Ci volle tempo prima che la leonessa iniziasse a dargli confidenza. Era spaventata e infuriata, e l’ultimo dei suoi pensieri era rassegnarsi alla vita in gabbia. Poco alla volta la leonessa si aprì al leone. I due animali parlarono a lungo della savana, si fiutarono, immaginarono le notti stellate in Africa, condivisero le loro vite, ma sempre separati dalle sbarre. Si conobbero e si amarono.
L’ultima notte il leone la sentì soffrire, ma le sbarre gli impedirono per l’ennesima volta di starle vicino. Quando gli inservienti portarono via il sacco, l’odore della morte rimase nell’aria per alcune ore, e poi più niente.

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