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Quella che noi chiamiamo Rosa.


section 1
ginaladdaga

I fiori mi avevano sempre stregata, incantata, contagiata.
Dopo l'università avevo deciso di aprire un piccolo negozietto di fiori, 'Il mio paradiso ritrovato' lo definivo, ma l'avevo chiamato semplicemente "Il giardino delle rose".
Con la laurea in Giurisprudenza in tasca - avevo terminato gli studi solo per amore di mio nonno, il quale l'ultima volta che mi parlò, prima di morire, mi disse: "Termina gli studi, fallo per me. Non perdere la giusta via" - io mi sentivo ugualmente colpevole.
Avevo sì terminato gli studi, ma avevo comunque perso la giusta via.
Non ero diventata un'avvocato, non avevo aperto un mio studio. Ma solo un negozio di fiori.
I miei genitori mi ripetevano sempre che mio nonno era comunque fiero di me, che da lassù vegliava su di me, che io avevo tutto il diritto di prendere la mia strada... la giusta via.
Ma quella giusta via era solo un'idea, un progetto irrealizzabile.
Perché io l'avevo persa quella via, non solo nel momento in cui avevo aperto il negozio, ma esattamente nell'istante in cui Stefano avevo posato gli occhi su di me.
Nell'attimo in cui lui mi aveva invitata fuori a cena; in quel minuto in cui io avevo detto sì a lui, a tutto.
Avevo perso la via. Avevo perso Stefano, o forse non l'avevo mai realmente avuto.
Eppure avevo guadagnato qualcosa.
Una piccola vita che cresceva dentro me.
Era questa la mia giusta via?


section 2
SilviaAzza76

Un pomeriggio mentre lavoravo in negozio mi vidi recapitare un enorme mazzo di gladioli rossi con un biglietto.
Lo aprì incuriosita leggendoci poche parole:
"Non aver paura. Troverai la giusta via grazie a lei."
Arrossì pensando che ancora non sapevo di che genere fosse la creatura che stava crescendo dentro di me. Non mi importava.
Chissà perché quei fiori e chissà chi me li aveva mandati?
Forse Stefano?
No, non era mai stato tipo da fiori e non avevo mai detto a nessuno di amare i gladioli rossi.
Solo il nonno lo sapeva.
Il nonno.
Come mi mancava.
Ricordo quando da piccola mi portava al parco con mio cugino, poco più grande di me.
Era un minuscolo parco giochi, ma io lo adoravo.
Mi faceva sentire a casa.
Non avevo mai amato le cose troppo grandi e troppo vistose.
E fu lì, in quel parco che vidi per la prima volta i gladioli rossi.
Erano bellissimi. Sembravano fatati.
Il nonno vedendomi così presa ne prese uno con la radice e lo portò a casa, mettendolo in un vaso, dove il gladiolo crebbe per me. Solo per me.


section 3
Krishel

Il nonno mi insegnò tutto quello che c'era da sapere sulla natura e sui fiori.
Mi insegnò che ogni fiori, ogni albero, ogni pianta aveva un suo linguaggio particolare.
Solo chi sapeva ascoltare bene poteva comprenderla.
Il gladiolo nel linguaggio dei fiori significava diffidenza ma faceva riferimento anche ai caratteri forti. Forse era un messaggio del nonno, forse voleva suggerirmi che io sono più forte di quanto credessi.
Molte volte ho dubitato di me stessa, delle mie capacità e del mio sogno.
Mi sono sempre sentita combattuta.
Sapevo che mio nonno contava su di me per riparare a quel vecchio strappo del passato, un torto che non era mai riuscito a sanare.
Per questo avevo studiato giurisprudenza, per quella promessa che non ho saputo mantenere.
Ho sempre pensato però che ci sono molti modi per ricucire uno strappo, me lo dico ogni giorno che passa mentre scelgo i fiori per i clienti che mi vengono a chiedere consigli.
E quello che vendo non è mai per caso, anche se pochi sanno davvero cogliere.
Qualcuno direbbe scettico che in fondo si tratta solo di un mazzo di fiori, che non c'è nessun messaggio recondito. Io so. L'avrei pensato anche io se non fosse per quella piccola sbavatura in fondo al messaggio. Era un segno, un codice tra nonno e nipote, un segreto di cui solo noi due eravamo a conoscenza. A volte mia madre era gelosa di quel rapporto esclusivo che lei non aveva mai potuto avere.


section 4
auraconte

Il mattino seguente ero impegnata a sistemare una composizione floreale. A causa dei primi mesi di gravidanza spesso avevo vampate di calore, così aprii la finestra e mi sentii osservata. Si trattava di un giovane uomo che indossava un camice fuori dalla clinica veterinaria. Notai immediatamente quanto fosse carino. Dall'altra parte della via lui fece un cenno di saluto con la mano, poi aggiunse un mezzo sorriso. La vampata di calore aumentò, feci un passo indietro e per poco la composizione non cadde a terra. Nelle ore successive pensai di dover togliermi dalla testa certe smancerie; ero incinta, sola e nessun uomo poteva essere interessato a una ragazza nel mio stato. Stavo chiudendo il negozio quando sentii un bambino urlare felice "Papà!", mi voltai e lo vidi correre tra le braccia del giovane uomo di ore prima. Era ovvio che un ragazzo così affascinante fosse sposato e con figli. Tornai a chiudere la saracinesca, secondi dopo qualcuno tossì dietro le mie spalle. Erano padre e figlio, quest'ultimo timidamente allungo il braccio porgendomi 2€ "Signora, posso avere una rosa per la mia mamma?"
Guardai il padre e lui annuì, da vicino era ancora più carino e non single. "Certo, te la prendo subito" dissi ed entrai in negozio a prenderla.
"Perdonaci, non volevamo trattenerti. Purtroppo domani dobbiamo andare al cimitero molto presto e Simone porta sempre un fiore a sua madre. Scusami, non ci siamo presentati. Io sono Marco" mi disse il padre porgendomi la sua mano per stringerla.
"Cristina" risposi. Marco... aveva lo stesso nome di mio nonno.
"Tuo marito è molto fortunato ad avere una moglie incinta e così carina."
"Niente marito o fidanzato" dissi sorpresa. Al posto di replicare lui mi sorrise e uscì dal negozio.


section 5
francamarsala

Non riuscii a togliermelo dalla mente. La notte lo sognai, il giorno dopo, al lavoro, rischiai di fare più di un disastro ricordando i suoi occhi.
Mi sentivo una sciocca. Sì, era vedovo, giovane, affascinante, ed era stato molto gentile, ma chi poteva davvero aver voglia di frequentare una persona nelle mie condizioni?
Eppure il suo sorriso mi aveva colpito il cuore, non potevo negarlo.
E la coincidenza del nome, quello di una persona a me tanto cara, mi sembrava il segnale che il nostro incontro avrebbe avuto un seguito.
Mi illludevo? Speravo di no, speravo di aver ancora la possibilità di essere felice.
Mi scoprii spesso a sbirciare fuori dalla vetrina, tra un cliente e l'altro, chiedendomi se lo avrei rivisto presto, se sarebbe passato di nuovo, magari anche solo per un saluto.
Si fece buio; era l'ora in cui di solito chiudevo il negozio. Mi trattenni con lavoretti non necessari, ma poi dovetti rassegnarmi; in strada non passava quasi più nessuno, sarebbe stato pericoloso rimandare. Presi le chiavi e uscii.


section 6
SilviaAzza76

Non appena chiusi il portone mi accorsi, che dentro ad un anfratto nel muro, vi era una minuscola busta, con disegnati sopra una rosa e un gladiolo. Lo aprii e vi trovai dentro un biglietto: "Grazie per la rosa e per la sua gentilezza, priva di quella falsa pietà che detesto. La mia bimba era così felice. Se non la disturbo mi piacerebbe passare a trovarla. Marco." Arrossii per quelle poche parole. Quindi anche lui si era ricordato di me? Ma allora perché non mi aveva lasciato il suo numero o altro? Scossi la testa e decisi di rispondere su quel biglietto: "Passi pure quando vuole gentile signor Marco. Sono felice che sia lei che la sua bimba abbiate gradito. Cristina" e con lo stesso batticuore di una quindicenne alla prima cotta rimisi la busta nell'anfratto. Tutto questo mi faceva pensare ad un film che avevo amato molto, anche se non sono mai stata propriamente una romanticona: "Letters to Juliet". Anche lì venivano trovate delle lettere nell'anfratto di un muro, solo che era quello della casa di Giulietta. Allargai il sorriso e mi diressi verso casa, a lunghe falcate, solo che fui sorpresa dalla pioggia e arrivai letteralmente fradicia.
Per mia fortuna ad accogliermi c'era la mamma, che mi preparò un bagno caldo e, quando finii, mi pettinò i capelli a lungo, in silenzio, come se si sentisse spaesata. Solo alcune ore più tardi, quando ormai ero in camera, si decise a parlarmi: "Sai, malgrado tutto sono felice che tu e mio papà siete sempre stati così legati. Perdonami se sono stata gelosa, piccola." e mi baciò la fronte, tra le lacrime. Io la abbracciai, scuotendo la testa e sussurrai: "Non devi scusarti. Capisco perché eri gelosa. Era il tuo papà." Le misi la mano sulla mia pancia e lei sorrise, accarezzandola dolcemente. Non ero sola, non lo sarei mai stata.


section 7
Krilli

Sapevo di poter contare sull'affetto incondizionato di mia madre, tuttavia il suo amore non riusciva a colmare il senso di solitudine che provavo. Avevo commesso un errore, ma la creaturina che aspettavo, era stata la cosa migliore che potesse capitarmi. I primi tempi non facevo altro che ripetermi: chi mai mi vorrà. Da qualche tempo invece... avevo smesso di chiedermelo, bastava lo sguardo sereno di Marco a far svanire ogni mia incertezza. Il fato ci aveva fatto incontrare, ora toccava a noi non sprecare questa opportunità. Quell'anfratto era diventato il nostro posto speciale. Tante furono le lettere, non poche le confidenze condivise, due storie, due destini. Marco passava ogni giorno a chiusura, mi accompagnava a casa, ogni suo bacio era una scarica di adrenalina. Giorno dopo giorno, la solitudine stava diventando un vago ricordo. Il piccol0 si stava abituando alla mia presenza, mi saltava in braccio ogni volta che poteva e mi faceva tantissime domande sulla mia pancia... beh lì era panico... guardavo Marco perplessa e lui trovava sempre il modo di distrarla. Erano trascorsi dei mesi e la mia pancia continuava a crescere. Spendevamo le giornate libere insieme, mi sembrava di conoscerlo da sempre. Ogni suo tocco mi faceva sentire viva, mi perdevo in quelle sensazioni inebrianti, del tutto nuove, non avevo mai provato niente del genere... non c'era imbarazzo, ma completa fiducia. Lui era semplicemente travolgente. Mia madre non faceva che ripetermi che notava qualcosa di diverso in me, il mio sguardo non era più spento, vi era una nuova luce nei miei occhi. Avrei voluto raccontarle tutto, ma non so se avrebbe capito, non credo avrebbe sopportato di vedermi soffrire di nuovo.


section 8
Krishel

Prima dell'arrivo di Marco, avevo perso la mia vena romantica. Ero sempre stata una sognatrice, anche se avevo nascosto questo lato per paura di contrariare le persone a cui tenevo di più. Mio padre mi ha insegnato che nella vita bisogna essere pragmatici. Il nonno però con i suoi racconti ha messo le ali alla mia fantasia. Il sogno per lui non è mai stato qualcosa da evitare. Il mio libro preferito quando ero adolescente era Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen. Mi rivedevo molto nella battaglia di Liz, il suo voler essere se stessa a discapito delle convenzioni e, spesso, ne traevo energia rinnovata per me. Volevo essere decisa come lei. Volevo rivendicare il diritto di non essere diversa da quello che sono. Quella sera ero intenta a rileggere per l'ennesima volta il mio libro preferito quando venni assalita da un dolore lancinante all'altezza del ventre. Pensai subito che stesse succedendo qualcosa di male al mio bambino e non riuscì a trattenere le urla per gli spasmi. La prima ad accorrere al mio aiuto fu mia madre. La vedevo visibilmente preoccupata ma poco dopo il dolore cessò. Ero provata dalla sofferenza e le sue carezze mi fecero crollare. Scoppiai a piangere disperata e le dissi: "Mamma non ce la faccio a tenerti segreta questa storia. Noi due dovremmo fidarci l'una dell'altra anche per il bene del piccolino. Mi sono innamorata e questa volta sembra essere la persona giusta. Si chiama Marco, è vedovo e ha un figlio. L'ho conosciuto al lavoro e, ben presto, siamo diventati amici e poi... poi è diventato qualcosa di più. Sto bene con lui. Mi sento amata come non accadeva neanche nella storia precedente. Lo so che ti sembrerà folle ma penso che sia stato un incontro dettato dalla mano del nonno. Ho avuto diversi segnali in proposito, cose che potevamo conoscere solo lui e io. Non voglio correre ma non voglio nemmeno nascondermi."


section 9
ginaladdaga

Mia madre dopo qualche secondo di silenzio accarezzò la mia pancia: "Sono felice per te amore mio, ne hai passate tante. Meriti finalmente la felicità."
Sorrisi e l'abbracciai di slancio, ma immediatamente una fitta al ventre mi mozzò il respiro.
Il mio bambino.
Cosa stava succedendo?
Mia mamma senza indugio afferrò il mio cellulare e compose velocemente un numero sullo schermo, pensavo stesse chiamando un'ambulanza ed invece telefonò a...
"Devi immediatamente venire a casa nostra, Marco, devi aiutarci! Il bambino!"
Sgranai gli occhi per il tono con cui aveva parlato al telefono: amichevole, quasi di confidenza.
Tentai di chiederle spiegazioni, ma mi trafisse un' altra fitta.
"Oh mio Dio!", urlai e mi accasciai sul materasso.
Mia mamma mi strinse la mano e tentò di rincuorarmi.
"Sta arrivando, stai tranquilla piccola mia. Respira!"
Non ci riuscii. Urlai forte, mi morsi un labbro dal dolore e una goccia di sangue cadde sul lenzuolo chiaro; la goccia si espanse, come inchiostro su pergamena, ma quel sangue non proveniva dalla ferita alla mia bocca.
"Oddio!", singhiozzai. La vista mi si appannò e sentii solo mia madre urlare forte il mio nome.

Un battito sordo nelle orecchie echeggiava.
Una mano calda stringeva forte la mia.


section 10
Krilli

Dopodiché l'oblio. Nonno? che ci fai qui? avrei riconosciuto la sua voce fra mille, mi stringeva la mano, lo faceva sempre, era il suo modo di dirmi che sarebbe andato tutto bene, nonostante la mia esistenza fosse decisamente incasinata. Ero sempre stata uno spirito libero, vivevo l'oggi, non il domani. Mi ero innamorata ed ero stata abbandonata. Nonno, quanto mi sei mancato, ho 1000 cose da dirti, gli dissi. Lui mi rispose « Torna da Marco, ti sta aspettando» non mi ero sbagliata, non di nuovo, non ebbi il tempo di salutarlo. D'improvviso mi sentì come intorpidita, non riuscivo ad aprire gli occhi, sentivo la voce di Marco in lontananza, « Cristina, non posso perderti, torna da me, ti sto aspettando» la sua voce spezzata dai singhiozzi. Le stesse parole del nonno, pensai. Volevo rispondergli, Dio solo sa quanto. Marco, vieni prendiamo un caffè, possiamo solo aspettare, disse Aurora. Vedi, continuò, Cristina è una donna forte, ma non se ne rende conto, ha fatto scelte giuste e sbagliate, la notizia della gravidanza è stata un duro colpo per tutti. Cris non avrebbe mai rinunciato al suo bambino. Se dovesse accaderle qualcosa io, non me lo perdonerei mai! disse lei singhiozzando. Marco la strinse forte, non c'era tempo per i convenevoli. Aurora non finì mai la paternale che si era preparata, " se fai soffrire mia figlia ti metto sotto un tir", aveva percepito la bontà di quell'uomo all'istante. Il loro abbraccio fu bruscamente interrotto, defibrillazione, rumori convulsi, confusi, sino a che il medico sentenziò dobbiamo far nascere il bambino ora, non c'è tempo. Aurora e Marco rimasero li impietriti, tenendosi per mano, risposero all' unisono salvateli entrambi.


section 11
francamarsala

Il dolore sembrava insopportabile. Stringevo i denti, sforzandomi di non urlare.
Cercavo di ricordare le lezioni del corso pre-parto, ma era difficile, estremamente difficile.
Un'infermiera mi rassicurava, asciugandomi il sudore. Era il suo lavoro, ma notai gli occhi: aveva lo sguardo buono.
Pensavo che sarebbe passato tutto presto, che avrei sorriso con il bimbo tra le braccia.
Dovevo essere determinata, più di quanto lo fossi mai stata nella vita.
Anche per mia madre e per Marco. E soprattutto per la mia creatura.
Mi asciugai una lacrima, chiusi gli occhi, e mi affidai al nonno.
Mi iniettarono qualcosa, e cominciai a sentire ogni rumore ovattato.
Pure le fitte diminuirono.
Sogna cose belle, mi dissi prima di addormentarmi, e pensa che potrebbero essere la tua nuova realtà.


section 12
ginaladdaga

Guardavo mio figlio giocare a calcio con il figlio di Marco, un'altro mio figlio ormai.
Dalla finestra della cucina sorridevo e pensavo che finalmente avevo compreso cos'era realmente la felicità.
La felicità era...
Guardare i miei figli giocare.
Lavorare nel mio negozio di fiori.
Attendere l'arrivo di mio marito, Marco, colui che mi aveva dato una ragione per vivere.
La felicità era vivere la mia vita.
Dal giorno del parto, dopo le complicazioni che vi erano state, avevo passato mesi di visite e check up. Giorni infiniti che riuscivo a sopportare avendo accanto lui.
Poi... mi chiese di sposarlo. In un corridoio grigio e umido dell'ospedale, Marco si era inginocchiato e mi aveva chiesto di diventare sua moglie. Avevo accettato senza neanche pensarci.
Erano passati tre anni e noi 4 vivevamo insieme.
Mio nonno mi ha protetta, penso ogni mattina appena sveglia. Ora a proteggermi c'è mio marito.

La felicità è perseverare, pensare che non è mai finita, amare chi ci ama.
Ed io ho amato nella mia vita, tanto, forse anche troppo.
Oggi finalmente sono stata amata a mia volta. Incondizionatamente.
E, credo, lo sarò per sempre.

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