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i bambini inutili

svolazzanti nei loro cappottini, i bambini inutili sono le mosche del mondo


biodegradabile5
Canale: Romantico

Scappano i bambini inutili, corrono, si disperdono urlando, terrorizzati.Sono delle mosche, con le falde dei cappottini svolazzanti nel turbine freddino della piazza stinta da un sole malato, che saprebbe fare di meglio, sicuramente, ma non in questo momento.
Li senti quegli acutini da topo, gridano stupiti, i bambini inutili, interrogativi, maldestri sulle gambettine esili, capitombolano e ritornano al punto. Attorno all’Uomo della Monnezza.
Magro, stretto nei suoi pantaloni mimetici, aderenti, un ciuffo beffardo color alluminio, un panzone spropositato su quell’esile tronco da ballerina di bordello.
Li ignora, ride con un dente solo, e spazza la monnezza con la sua scopa magica.
I bambini inutili gli vanno vicino.
Una spazzata più energica, un movimento brusco dei suoi capelli di amianto ed eccoli che scappano di nuovo, gridando, allontanandosi da quell’essere terrorizzante in una spirale aperta.
L’uomo della monnezza ridacchia e si gode le beffe che quei mostriciattoli si fanno di lui, si piega col palettone a raccogliere foglie secche e mozziconi.
Uno dei bambini, sicuramente il più inutile di tutti, e di conseguenza il più coraggioso, gli si avvicina alle spalle, mentre gli altri stringono il cerchio, svolazzanti nei loro cappottini troppo grandi.
L’uomo della monnezza finge indifferenza, sembra che non noti il temerario bambino inutile, si guarda la punta delle scarpe, per non farsi scoprire. Sa che c’è un bambino inutile dietro di lui.
Tutto si fa silenzio e solo il fruscio della ramazza fa da padrone, nella piazza bianca.
Uno scatto.
Svuota il palettone nel secchio stracolmo, lancia uno sguardo da sotto l’ascella ed inquadra con un unico movimento del collo il piccolo bastardino inutile, oramai a mezzo metro di distanza, e lo fulmina con una smorfia cattiva e goduriosa che parte dai suoi baffi neri e spennacchiati.
Gridano, come dei piccoli sciacalli pavidi e fuggono lontano ancora una volta, lontanissimi, i bambini inutili.
Lontani, ma torneranno, lo sa, l’Uomo della Monezza, e continua pazientemente a curare il selciato, con malcelata solerzia, e ridacchia.
Senza neanche fermarsi, giunti al limite estremo della loro corsa a spirale, i bambini inutili invertono la direzione e nel tempo di una risatina gli sono vicini, ancora, confidenti e timorosi; di nuovo cola silenzio sui bambini inutili, un silenzio che impasta i loro movimenti, lentamente, sino a immobilizzarli magneticamente attorno al diavolaccio che sta armeggiando con il cestino delle immondizie. Un cestino enorme, bello carico di ogni schifezza, che lui maneggia con la grazia di un amante presa a credito.
Piano piano, senza farli scappare ancora, tira fuori dalla saccoccia il saccone di plastica nero e si accinge a riempirlo con i rifiuti del bidone. Vedendolo così indaffarato, i bambini inutili gli si stringono intorno, godendo sommessamente, addirittura uno di loro, un piccolo selvaggio, non si sa se maschio o femmina, ma non importa, gli tocca un lembo del maglione acrilico, elettrizzandosi con una scarica statica al contatto con quella stoffa mimetica.
I bambini inutili esultano soddisfatti, come degli indiani sporchi, e non notano gli occhi dell’Uomo della Monnezza che sono diventati due lampadine rosse, e stanno emettendo l’ultimo, fortissimo, cattivo lampeggio prima che quel diavolaccio spenga tutto chiudendo per un impercettibile attimo le palpebre.
Con uno scatto mai visto prima, l’omaccio si rizza in piedi, diritto con la panza a bandiera sugli stecchi delle gambe. Con una frustata decisa, gonfia il saccone nero d’aria e si volta di scatto verso i bambini inutili, punta il nanerottolo più lontano, quello che si sente più al sicuro perchè distante, più rilassato, meno pronto a scattare.
Con un urlo che squarcia il silenzio e sovrasta i mormorii dei bambini inutili, l’uomo della monnezza in un balzo atterra con il saccone nero sopra la piccola preda cattiva, mentre tutti gli altri scappano come scarafaggetti in cappotto.
Una mossa sola, un armonico virtuosismo da torero, e il sacco racchiude il bambino inutile, intrappolato come una stupida mosca sotto il bicchiere.
Si dibatte, il bambino inutile, ma ogni suo movimento è vano.
Adesso si vede la vera faccia dell’Uomo della Monnezza, è a metà tra Manfred e Charles Bronson, con quei denti color del pianoforte, quei baffoni spioventi che gli tracciano sotto un ciuffo infarinato di limatura di ferro, un tristissimo sorriso da cartone animato.
Con delicatezza e professionalità chiude il laccetto del saccone nero che si muove di vita propria mentre l’aria è scossa dagli urletti lontani dei bambini inutili.
Attorno all’Uomo della Monnezza c’è il vuoto. Nessun bambino inutile, solo lui e il suo sacco.
Il topocane razzola sulla piazza, scombinando il lavoro dell’Uomo della Monnezza, rovistando tra i mucchi di foglie e cartacce che il figuro aveva raccolto.
I bambini inutili ritornano, silenziosissimi, mentre lui è chino sul sacco, gli si fanno intorno, sono attratti come se l’Uomo della Monnezza fosse il tappo di un enorme lavandino bianco e loro delle gocce d’acqua coperte da svolazzanti, inutili, cappottini. Fingono di giocare al pallone, ma si tengono vicini, accomunati dalla magia e dalla paura.
La palla rimbalza via, un piteco con i jeans dipinti addosso si china a raccoglierla, inquadrando il suo sederone nel campo visivo del cammarero del bar, che, confuso dal doppio tramonto denim, perde il controllo del blocchetto elettronico per le ordinazioni, e segna un sovrapprezzo ormonale di 20 euro, al cliente svenuto sul tavolino per aver atteso troppo.
I bambini inutili attendono la palla ma è troppo tardi: è intercettata dall’Uomo della Monnezza, che la blocca sotto lo scarpone, e con una ramazzata da samurai ne stende un altro, mentre gli altri si disperdono urlando col vento.
Il cammarero si avvicina, guarda silente il predone mimetico, che con un lieve calcio gli passa la palla.
Il cammarero la ferma col piede, si china a raccoglierla, poi estrae dal panciotto di pelle nera un coltellino e con la perizia di anni d’esperienza, taglia la palla in due semisfere perfette.
Dispiaciuti, delusi, ma sempre ipnotizzati, i bambini inutili si avvicinano ancora una volta; di poco, ma si avvicinano.
I due complici si calano sulla testa ognuno una metà del pallone. Con quel copricapo ispirano simpatia.
Simpatia e reverenza.
Sorridono tra loro, scherzando in modo sommesso.
I bambini inutili si avvicinano ancora un pochino.
Ridono, i bambini inutili.
Con un fuoco di sguardi complici, il cammarero e l’Uomo della Monnezza si posizionano l’uno di spalle all’altro, fanno contemporaneamente un passo indietro e si toccano con la schiena. Un movimento sincrono con la testa all’indietro e fanno scontrare i loro ridicoli cappellini.
Sembrano entrambi perdersi con lo sguardo nell’orizzonte, ma quando il primo bambino inutile è a tiro, il cammarero gli ammolla una volèe di vassoio sul capoccione grasso, di rovescio, un po’ affettata ma efficace.
In un niente volano mazzate manco fossero coriandoli a Rio de Janeiro.
Tra le botte secche di ramazza e i rimbombanti gong del vassoio la piazza si riempie di un ritmato tripudio di sonorità, grida di dolore e lamenti, che sembra di stare ad un concerto dei Pooh.
I bambini inutili smaltiscono le loro malefatte, le abboffate a colazione, i capricci con la mamma, i troppi giocattoli, i dispetti.
Passa pure il topocane in questa festa punitiva e ritira anche lui la sua razione di meraviglie, portandosi via ululando una vassoiata sul groppone ed una ramazzata sulle zampe corte.
Un cliente del bar che sembra Silvio Pelvico con questa barba di cemento che gli fa il giro della faccia glabra fa per dire qualcosa, ma il cammarero tocca il blocchetto elettronico e gli affibbia altri 20 euro di penalità. Silvio Pelvico si siede in silenzio, ridotto all’impotenza come un Muzio Scevola senza braccia.
Tutt’attorno è come una notte stellata di mazzate.
Il cammarero e l’Uomo della Monnezza lentamente si incamminano verso un’altra avventura.
I bambini inutili vorrebbero raccontare alla mamma la loro avventura, ma hanno la coscienza sporca, prenderebbero altre mazzate. Uno di loro raccoglie il mezzo pallone lasciato dall’Uomo della Monnezza, se lo mette in testa, e inizia a correre per la piazza bianca, seguito dagli altri bambini inutili, svolazzanti nei loro cappottini.

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