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racconto spin-off de "Il filo rosso"

Le lanterne rosse appese all'architrave della porta oscillavano alle carezze del vento, sussurrandomi il benvenuto.
Mi ero lasciato i ciliegi in fiore alle spalle, con i loro petali rubati ai rossori delle guance delle fanciulle.
Quando entrai nell'ostello, uno scampanellio mi fece sollevare la testa, così notai un curioso pendaglio che terminava con una lingua di carta con su scritto qualcosa.
Non sapevo perché avessi scelto Pechino, questa volta. Avevo viaggiato tanto da consumare gli occhi, tante erano le città che avevo visto, i dipinti che avevo ammirato. E le donne che avevo amato, anche solo osservandole seduto a un caffè.
Alla fine, indotto dall'istinto, avevo deciso.
C'era sempre stato qualcosa che mi affascinava di quella terra annegata nel sole, dai paesaggi morbidi come i volti delle sue donne.
Ad accogliermi c'era un uomo, che con fare gentile mi fece scortare al piano di sopra, dove era la camera che avevo affittato.
Quella notte non riuscii a dormire. La pioggia sulla piccola finestra tintinnava e mi sembrava di avvertirla fin dentro la testa.
Mi alzai e guardai fuori, dove il cielo sembrava cadere minaccioso sui tetti. Qualche lanterna accesa catturava il mio sguardo, come la luce fa con la falena. Questo sembrò darmi pace, perché poco dopo, tornai a letto e mi addormentai.
Il giorno seguente, con il mio blocco da disegno sotto il braccio uscii dall'alloggio, andando incontro alle vie che mi esplodevano in faccia con i loro colori.
Mi inoltrai nella zona vecchia della città, dove i ritmi erano più lenti e tutto sembrava scorrere come la sabbia di una clessidra.
Mi fermai su una collina circondata da alberi in fiore e da cui si vedeva un tempio dalle tegole cremisi.
La gente andava e veniva porgendo offerte e lanciando saluti davanti alle statue di draghi cinesi che troneggiavano sulla scalinata.
Li guardavo assorto, cercando di riprodurne i profili sul foglio bianco. Tentavo di cogliere le loro espressioni, i loro gesti e la loro bellezza. Quella fatta di semplicità disarmante, di gentilezza.
Tra la folla, distinsi una ragazza dai capelli corvini, lisci e splendenti come la seta più pregiata d'oriente. Desiderai che si voltasse, perché curioso di vedere il suo viso. E lo fece. Con uno scatto, i capelli saettarono dietro le spalle e mi mostrò l'inchiostro che galleggiava nei suoi occhi. Deglutì, sopraffatto dalla sua graziosa figura che, non so per quale ragione, cominciò a muoversi verso di me.
Mi guardai attorno, per capire se stesse venendo incontro a qualcun altro. Ma quando la vidi piegarsi e sedersi accanto a me, capii chi l'aveva attirata.
Il suo viso era pallido e minuto, eppure tanto grazioso che ebbi la tentazione di prenderlo tra le mani. Mosse appena le labbra, piene e rosse, e disse qualcosa. Mi stupii quando compresi le sue parole.
«Sei un turista», disse.
«È così evidente?» chiesi.
Lei scrollò le spalle e sorrise. Piegò la testa sul blocco da disegno, portando i capelli indietro con una mano. «Innanzitutto non sei cinese.» Rise celandosi le labbra con le dita. «E non sei nemmeno un turista qualunque.»
«Perché?»
«Sei il primo che non porta una macchina fotografica, ma un album. La gente viene, scatta una foto e va via, credendo di aver assimilato tutti i colori, tutta la bellezza in quel fotogramma. In realtà ha solo perso l'occasione di vedere. Tu, invece, attendi. Siedi e guardi.»
Trasalii, stupito dalla sua riflessione.
«Sono un artista», ammisi.
«Be', non avevo dubbi.» Sorrise maliziosa, facendo apparire il suo sguardo ancora più affilato.
«Come ti chiami?» le chiesi.
«Lee Ju. E tu?»
«Ethan.»
Congiunse le mani e abbassò il capo. Poi si alzò, spolverando la gonna.
«Dovresti visitare la Casa dell'Inchiostro», disse.
«Cos'è?»
«Una bottega. Se vuoi imparare l'arte della calligrafia o farti un tatuaggio è il posto giusto.»
«Un tatuaggio?» Sollevai un sopracciglio.
«Sì, magari per imprimere sulla pelle il ricordo di questo viaggio.»
«Ci farò un pensierino», risposi, sorridendo. «E dove si trova?»
«Te lo dirò la prossima volta.»
Mi accigliai. «Quando?»
Fece un passo e un cenno del capo che mi parve un saluto. Poi discese per la collina e tornò al tempio.
Di tutti gli incontri singolari che avevo fatto, quello era sicuramente nella top list.
E come si dice, nulla avviene per caso.
Perché iniziai a disegnare il suo volto da quel momento. Ero partito per cercare ispirazione e l'avevo trovata, in un una sola creatura.
Feci un giro al mercato, inebriandomi dei profumi delle spezie che mi pizzicavano le narici, e facendomi stordire dalle voci dei mercanti. I tendaggi e le sete mi passavano davanti e mi accarezzavano con il loro seducente frusciare. Immaginai quelle stoffe sul corpo diafano della ragazza e mi ritrovai a chiedermi quando l'avrei rivista.
E accadde.
Il giorno dopo la trovai seduta alla tavola comune dell'ostello. Rimasi smarrito, non sapevo se mi avesse seguito o se avessi avuto un'allucinazione.
«Buongiorno», disse, sollevando il suo tè verde.
«Ju?»
«Sì, ricordi il mio nome, vedo.»
Be', sarebbe stato difficile scordarlo, poiché era un monosillabo.
Mi passai una mano sul mento. «Mi hai seguito?»
Lei rise e trovai quel suono gradevole e quasi inebriante.
«No. Sono ospite di questo ostello, come te. Mia madre è cinese e mio padre è inglese. Sono venuta a Pechino per visitare i miei parenti. Ma la loro casa è troppo piccola, così sono venuta qui. Ti ho visto che disegnavi, seduto lì.» Indicò un tavolo vicino all'ingresso.
«Non ti avevo notato.»
«Perché eri assorto nei tuoi pensieri. Poi sei uscito e ti ho rivisto al tempio. Così ho pensato di salutarti.»
«Quindi quando hai detto la prossima volta, sapevi che ci saremo rivisti.»
«Era inevitabile.»
«Allora, dov'è la Casa dell'Inchiostro?»
«A un bacio da qui», mormorò, picchiettandosi un indice sulla guancia, invitandomi a porgerle un bacio.
Non capivo la sua sfrontatezza. Non che non avessi conosciuto ragazze ben più spudorate, ma lì, in quel luogo, mi sembrava tutto così surreale.
Sbattei le palpebre e le sfiorai una guancia.
Era davvero come baciare la seta.

****

Non mi mostrò più la Casa dell'Inchiostro, ma luoghi segreti violati solo dai nostri respiri.
Il mio soggiorno si prolungò più del previsto. Passavo i giorni e le notti con lei, a ritrarla, a vedere la luce sbocciare sul suo corpo e richiudersi dietro le sue palpebre.
Modellavo le sue forme con le mie mani e insieme vibravamo come due corde percosse da un musico.
Se mi avessero chiesto cosa avevo conosciuto di Pechino, avrei risposto: la bocca e i baci di Ju, le sue braccia tese per me come rami di betulla e i suoi occhi a rubarmi l'anima.
Ci amammo senza riserve e ragione. Non conoscevo altro di lei se non l'odore della sua pelle e il suo calore sotto le dita.
Tuttavia così in fretta come era iniziata, era anche finita.
La notte prima della sua partenza ci donammo l'un l'altra, come se per entrambi fosse l'ultimo giorno sulla terra. Sulla pelle graffi, morsi, carezze a testimoniare l'incontro delle nostre anime, che strette una all'altra si scambiarono piaceri squisiti.
Il mattino seguente la vidi partire e solo allora mi disse di avere un ragazzo a Londra. Le promisi che sarei andato a trovarla un giorno, ma lei si premette le dita sulle labbra, per poi posarle sulle mie. Quel bacio silenzioso e casto era quanto di più sensuale avessi visto.
Ju per me era stata un fulmine, scagliato nel buio della mia vita.
Quel giorno stesso, andai alla ricerca della Casa dell'Inchiostro, chiedendo a chiunque vedessi dove fosse.
E la trovai.
L'insegna basculante di legno cigolava producendo un suono spettrale. Una vecchina si affacciò dal bancone, aveva i capelli raccolti con pettinini d'osso e due occhi stretti e neri, che però mi sembrarono pozzi oscuri.
«È questa la Casa dell'Inchiostro?» chiesi, con il fiato corto per il lungo tragitto.
«Sì, cosa cerchi qui?» mi domandò a sua volta la donna. Per fortuna, anche lei parlava la mia lingua.
Scossi la testa. In realtà, non sapevo esattamente perché fossi lì.
«Non saprei», ammisi.
«Bene! Chi non sa cosa cerca trova molto di più di chi conosce l'oggetto della sua ricerca.»
Mi accigliai, trovando un tantino intricato il ragionamento della donna.
«Una ragazza… mi ha detto di venire qui.»
Lei sorrise. «È sempre una donna a condurre gli uomini alla ricerca di qualcosa.»
Mi avvicinai e le protesi la mano. «Mi chiamo Ethan.»
«Lin Mei», rispose, congiungendo anche lei le mani. «Allora Ethan, cosa posso fare per te?» continuò, inclinando la testa.
Mi tornarono alla mente le parole di Ju, sul fatto di farmi un tatuaggio per imprimere il ricordo di quel viaggio.
«Un tatuaggio», dissi, stupendomi io stesso delle parole che mi rotolarono dalla bocca.
«Sai cosa vuoi imprimere?»
«Un ricordo.»
«Di un amore?» domandò maliziosa.
«Di un viaggio», risposi, secco.
«Non c'è viaggio più intenso di quello che l'uomo compie per scoprire il suo destino.»
«Che significa?»
«Ho io il tatuaggio per te.»
Mi invitò nel retrobottega, dove una ragazzina dai capelli neri disegnava dei simboli su un foglio. Doveva avere circa quindici anni o giù di lì.
«Mia nipote ti mostrerà il nostro album», disse, indicando la ragazza che, appresi dopo, parlava solo cinese.
Mi fece sfogliare un libro su cui erano raffigurati simboli e figure. I miei occhi si fermarono su un drago blu.
Mei si schiarì la voce. «Tianlong», mormorò.
«Che?»
«Il Dragone Celeste, ragazzo. Il legame tra il mondo terreno e il divino. Portatore dei segni delle stelle e del destino. Ha molteplici significati, come rinascita, forza, equilibrio.»
«Voglio questo», dichiarai, senza pensarci due volte.
E lei rise di nuovo. «Lo sapevo. È il destino che ti porta qui ed è il destino che ti guiderà.»
«Come fa a saperlo?»
«I vecchi e i bambini sanno molte cose che gli altri ignorano.» Mi fece un occhiolino. «Tianlong non ti deluderà. Ti condurrà al tuo destino.»
Non capii perché la assecondai. C'era qualcosa di magnetico nelle sue parole.
Quando tornai all'ostello, avevo sulla spalla il tatuaggio del Dragone Celeste.
Mi avrebbe portato al mio destino, diceva Mei.
E aveva ragione.​

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