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strandedmood

Camminava sempre guardando in basso, accentuando la gobba che un Darwinismo sociale gli aveva fatto sviluppare negli anni dell’adolescenza, sempre più chino di fronte agli sguardi dei coetanei ed alle provocazioni dei bulli. Assieme all’incedere ingobbito e lo sguardo inclinato verso il basso, accompagnava l’andamento con un ondeggiare ritmico, trascinando il peso da un lato all’altro del corpo, come un dondolio su una barca in mare aperto: lento, costante, smorzato rispetto ad una burrasca ma intenso abbastanza da provocare nausea. Spingeva gli occhiali sul dorso del naso quando qualcuno o qualcosa intercettava la sua rotta, solo allora alzava lo sguardo tanto fino a comprendere chi o cosa avesse di fronte, senza arrivare mai ad un contatto visivo. I capelli erano radi, ormai già da anni insospettabili, in anticipo sul decadimento biologico, tanto che per un uomo sulla sessantina non aveva nulla di strano. Peccato che avesse da poco superato i quaranta. Nel tragitto giornaliero da casa al Monoblocco, il grande palazzo di cui deteneva buona parte degli appartamenti, lo si poteva usare come meridiana per determinare l’ora: lo stop all’edicola per acquistare il giornale, la pressione del pulsante per attraversare le strisce pedonali in via del Risorgimento, il caffè ordinato seduto al tavolo del bar Cristallo…tutto avveniva al solito orario, in perfetta sincronia con il giorno prima e quello seguente. Mira cercava di evitarlo il più possibile, già incontrarlo il 5 del mese per lasciargli la mensilità dell’affitto le costava uno sforzo incredibile ma el señor Gordo non accettava pagamenti che non fossero contanti. Guardare qualcuno negli occhi ed avere il fisco che scoprisse le rendite delle sue proprietà erano le sue più grandi paure, intervallate da privati deliri di onnipotenza che provava guardando film porno online. Forse non aveva altri sentimenti, o se li aveva, erano stati ben celati per una vita intera.“Buongiorno señor G., ecco l’affitto. La farei entrare ma sono di fretta, arrivederci al mese prossimo…”Mira era pronta col solito mantra che mensilmente pronunciava sull’uscio della porta, come una liturgia laica, un augurio di buona sorte che tenesse lontano gli spiriti maligni, ma qualcosa la interruppe. Per la prima volta si trovò davanti gli occhi piccoli e cerulei del signor G che la guardavano impietriti. “Buongiorno senor G, ecco l’aff…” Riuscì solamente a pronunciare di fronte a quell’inedita visione.“Buongiorno senorita Mira, le posso chiedere la cortesia di farmi entrare, solo per 5 minuti…” Mira era tanto sorpresa quanto intimorita dalle probabili conseguenze di un mantra così interrotto, le ire degli dei non l’avrebbero risparmiata.“Ehm…Ecco, stavo per uscire in realtà…” si affrettò a dire con una velatura di malessere porgendo la busta al senor G.“La prego, solo 5 minuti” E nel pronunciare quelle parole il señor G lasciò trapelare agli occhi del mondo un nuovo sentimento tra quelli mai provati: l’angoscia, profonda, per qualcosa di più grande di lui ed ingestibile. Mira si sentì toccata da quell’emozione e con un cenno del capo legittimò l’assenso a farlo entrate, accompagnando l’anta del portone di mogano consumato, fino ad allora aperta per uno spiraglio. “Grazie, mi deve scusare ma io…vede…non sapevo da chi altro andare…” disse stentando il sig. G.“Non…non sono molto bravo nei rapporti umani…forse non lo sa ma non ho molti amici…” Aggiunse levandosi il cappello e stringendolo tra le mani, tradendo dell’imbarazzo.“Ma guarda, non l’avrei mai detto…” disse Mira tra sé e sé.“E’ che mi è successa questa cosa, mentre venivo qui, attraversando il parco e non sapevo a chi raccontarla…Lei è una delle poche persone che mi dimostra attenzione…” Così dicendo il sig. G. riabbassò lo sguardo alla medesima altezza di sempre, in linea verso il pavimento e questa volta fermo sulle mani che stringevano ansiosamente il cappello.Mira ascoltava guardandolo con una punta di apprensione mista a tenerezza.“Là nel parco, ecco…credo…io…sì ho visto…l’ho visto…”Il senor Gordo non finì la frase, interrotto dal trillo del citofono nell’ingresso.“Aspetti torno subito, deve essere Martina, dovevamo uscire…” e mentre diceva queste parole Mira si allungava verso l’apparecchio, temendo che l’impazienza di Martina l’avrebbe fatto suonare una seconda volta se Mira non rispondeva in pochi secondi.“No, no, sig.na Mira non risponda, potrebbe essere lui, potrebbe avermi seguito” E così dicendo el senor Gordo tornò ad alzare lo sguardo, terrorizzato ed impietrito verso quello di Mira che sentì gelarsi il sangue quando avvicinò la cornetta all’orecchio.“Sssì…chi è?”“Sig.na Mira?”…“Chi è?”“Sono il portiere, hanno lasciato un pacco per lei. Ho firmato io, vuole che glielo porti ora o passa lei dopo?”Mira tornò a respirare.“No, sì, cioè, grazie sig. Carlos, lo tenga in portineria, passo dopo”. Agganciò la cornetta e si voltò sollevata verso el senor G. “Era Carlos, il portiere. Di cosa…” <> avrebbe voluto dirgli, prima di accorgersi che il señor G. non c’era più. Mira emise uno schiocco con la lingua, restando a bocca aperta, come le succedeva quando restava sorpresa. Guardò nel resto della casa, dal salotto al bagno, fino alla camera da letto e la cucina, se quello strano individuo avesse escogitato di nascondersi lì per sbucare fuori di notte, ma con suo immenso sollievo non ne trovò traccia. Si era dileguato dall’ingresso, uscendo nel momento in cui Mira era rivolta verso la cornetta, silenzioso come un felino in avanscoperta il senor G aveva battuto la ritirata di fronte ad un citofono.Mira scuoteva la testa, tra i tanti casini che aveva già di suo non voleva accollarsi anche i deliri di uno psicotico asociale come il senor G. Prese una sigaretta dal pacchetto e l’accese con stizza, inspirando di filata un paio di boccate di legale sedativo cancerogeno, sprofondando espirando nella poltrona di velluto blu. Ripercorreva la scena, un uomo che era il ritratto dell’imperturbabilità trasformarsi in un bambino impaurito di fronte ad una camera buia. Per quanto mal sopportasse quell’uomo non poteva restare indifferente al suo sgomento, tanto tangibile era nella voce ed in quello riscoperto sguardo. Un nuovo squillo del citofono convinse Mira che quella fosse davvero Martina, e l’altra parte della cornetta gliene diede prova.“Scendo subito”.Mira indossò il cappotto che stava appeso all’attaccapanni nell’ingresso, afferrò la borsa e se la mise a tracolla, fermandosi per un attimo davanti allo specchio per sistemare i capelli con le mani, aprendoli tra le dita dalla linea del mento fin giù verso le punte.“Doveva essere veramente importante” pensò chiudendo dietro di sé la porta, dopo che l’ultimo sguardo all’ingresso era caduto sulla busta dell’affitto, lasciata indenne sul tavolo. ​

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