20lines


section 1
mimmogangemi

Era a un niente dall’afferrarmi, ne avvertivo il tanfo. Uno dei prossimi fiati sarebbe stato quello che non avrei restituito. Chi è lì lì per impattarci riconosce il momento. Dolore intorno – pianti silenti per non appesantirmi il trapasso. Ma non addosso a me. S’era dileguato di colpo, quando avevo solo fretta di andarmene, dopo aver preteso le urla, i lamenti, le lacrime che stracciano le vesti alla dignità e al decoro. Ora, la sensazione di un soffio impaziente di separarsi dal corpo, l’involucro che lo tratteneva sofferente. Un rantolo. Respirai un fiato, quel fiato, aspirando quanto più potei, come la prima boccata da una sigaretta dopo un’astinenza lunga e forzata. Mi colmai gli occhi dei figli, un'ultima immagine da portare di là, a trovarlo un di là, o nel nero di un vuoto infinito. E non ci fui più.
Io... c’ero ancora, disteso su un lettino in una stanza di un candore accecante​. Uomini e donne, vestiti di bianco, da far fatica a separarli dalle pareti, smanacciavano su di me. Concitati. Si guardavano perplessi. Uno, la fronte increspate in rughe sottili, «che ci fai tu qua? Perché hai pensieri?» mi chiese con asprezza. Rivolto ai colleghi, «eccone un altro che conserva ricordi, che s'è portato di qua la vita di là» aggiunse.
«Cominciano a essere troppi, c’è una falla nel sistema», uno dal gruppo.
Mi guardai per controllare come ci ero giunto, di là. Gli occhi non mi videro, coglievano tutto il resto e non me. Forse ero solo un pensiero.


section 2
marilenateneggi

Forse era solo un pensiero.
Di me non avvertivo nulla; continuavo a non vedermi. Provai a emettere un suono, ma non mi sentii, io. Loro invece mi guardarono come se potessero udirmi e infatti uno di loro, con fare brusco, mi disse: “stai calmo, non provare a parlare. Lascia fare a noi”. Io non avevo sentito nulla. Io non mi avvertivo nemmeno. Non sentivo il mio corpo e non sentivo le loro mani su di me.
Perché non volevano che avessi pensieri? Chi erano e cosa mi stavano facendo?
“ti abbiamo detto di non pensare e lasciar fare a noi” mi disse uno in tutta risposta.
Lasciai fare. Mi lasciai inondare da quella luce accecante affidai loro il mio corpo, che non sentivo più mio, e la mia anima.
Poi, più nulla.


section 3
demi

Come in un avanzamento veloce di un nastro, vedevo scorrere davanti a me, cogliendone anche i suoni, tutte le immagini riguardanti la mia vita.
Dai momenti che ricordavo a quelli dimenticati...
La luce accecante, pian piano, diminuì d'intensità e passo dal bianco assoluto al giallo ambrato.
"Ecco, tra qualche giorno assieme ai tuoi ricordi perderai la capacità di pensare:abbi fede, è molto meglio così".
In quel momento mi venne in mente un'esercizio di concentrazione che ero solito fare durante le mie quotidiane sedute di yoga...
"Molto bene, nel nuovo arrivato è in corso il reset:sta già perdendo la modalità pensiero".
Li avevo ingannati, ma per quanto tempo ci sarei riuscito?


section 4
loredanamarrapo

"fai il vuoto",ripetevo," lasciati andare , galleggia in questa luce gialla e lasciati trasportare",
Immagina di essere una piccola barca, che si lascia trasportare dai flutti nella scia di luce del mattino,dirigi la prua nella striscia di luce incontro al sole appena sorto.
Reset.Comincia da capo... da dove?
Sei un altro. Chi?
Chi sono tutte queste persone che ti guardano e sembra che aspettino un segnale?
Ma cosa aspettano? che tu prema "clear" per cancellare i ricordi e non mandare in tilt il sistema ?
fare il vuoto.....fissare la scia di luce , galleggiare.... come una piccola barca senza più remi che va verso l'orizzonte infinito.
Ecco sei un naufrago , sei approdato su un'isola bellissima e misteriosa , non hai più documenti , non sai chi sei e non hai niente che ti aiuti a ricordare qualcosa della tua precedente vita ed allora ti metti in cammino alla ricerca di tracce.
La sabbia è candida ed i tuoi piedi stanchi disegnano orme profonde....


section 5
beatricem

Ed è così strana l'isola, quella sabbia bianca quasi quanto quelle pareti che per prime ti hanno accolto, o il rumore del mare, che prima si fa assordante, colmo di urla strazianti, e poi si ferma, tornando a sussurrarmi parole ora incomprensibili, ora incredibilmente chiare, con una voce che sembro conoscere da una vita.
"Non dimenticare, non dimenticarmi..." Quasi il lamento di una sirena. Mi volto di scatto, ma l'unica cosa che vedo è un sole accecante che mi riflette in faccia raggi che però non mi riscaldano; non ci sono nuvole, il vento soffia e la voce ritorna.
"Francesco..." ed io sussulto. Quello è il mio nome, ma chi mi chiama?
"Chi sei?" urlo gettandomi sulla sabbia.
Sento un fastidio agli occhi e dopo poco qualcosa inizia a rigarmi il volto. Sto piangendo? Una lacrima si ferma sulle mie labbra, la assaggio, come facevo da bambino quando mi mancava mia madre, ma il sapore è cambiato.
Non c'è sale, non sono lacrime amare.
Cos'è questo sapore? Gelsomino!
E qualcosa torna alla mia mente: il suo profumo.


section 6
signornessuno

Quelli cominciarono a trapanare anche dove non c'era più niente. Tagliavano, sminuzzavano, e io dicevo loro "Asportatemi tutto, ma non quel ricordo" loro sapevano a cosa mi riferivo, ma sembravano non sentirmi. Ecco, dio aveva smesso di cercarmi e in quel momento mi trovavo su un tavolo, tritato, con qualche residuo di pensiero​ che ancora non si rassegnava a morire. Le madonne, gli angeli, i santi, i miracoli, le croci vuote di me stesso, gli incensi, i rosari di maggio, la polo di mio padre, il suo riflesso negli occhiali. Forse questa è fede, è fidarsi di un signor qualcosa, è alzarsi presto la domenica e rientrare a casa più leggero e mangiare bene e ritornare pesante e arrivare a sera e prendere sonno subito. È un sacerdote che sputa sul tavolo e ti dice "Chiudi gli occhi e tocca il tavolo in questo punto, proprio qui". Come cazzo fai a fidarti? Siamo stati fregati così tante volte che giriamo con le mutande in fibra di carbonio. La fede sei tu prosciugato da ogni cosa. E alla fine di tutto ti chiedi: come si chiama quello che rimane? Fede. Dio. Come ti pare. È un eco robotico che proviene dall'aldilà. Uno sbattere di barattoli vuoti nell'infinito nulla. Sentivo scorrere fuori da me gli ultimi sospiri di qualche remota connessione neurale. Quelli vestiti di bianco li afferrarono e li sbatterono su un nastro di cellofan tenuto teso dagli estremi. Impacchettarono e sigillarono il tutto con un nodo niente male. I miei pensieri, li vedevo muoversi e frantumarsi contro le pareti trasparenti. Gridavano il loro ultimo disperato bisogno d'imprimersi per sempre, poi cessarono. Tranne uno. Quel profumo continuava a vivere ed era tutto ciò che mi rimaneva. Il resto morì. Sequenza onirica in direzione lieto fine.

Ero solo un pensiero, ma il più bello.

Altre storie

Fantascienza